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domenica 19 febbraio 2012

L'incubo? ( The night mate of the Nightmare)

Johann Heinrich Füssli
"L'incubo"



Rientrando a casa una sera che sono le tre, mi abbandono alle cure del mio letto: sono sbronzo marcio. Lottando contro il mal di stomaco furente e la mia testa che si diverte a giocare agli autoscontri con il cervello, riesco ad addormentarmi. Non ricordo se e quando il sonno mi abbia colto, sta di fatto che fa un caldo osceno e allora incomincio a togliermi la canottiera con cui mi ero coricato. Non ho risolto granché della mia situazione, così passo a levarmi i pantaloncini. Poi le calze. Poi i braccialetti. La calura mi sta ardendo vivo e mi sento come il döner kebab con cui ho cenato. Penso che sarebbe stato terribile nascere come pezzo di carne impalato, un brutto kitsch medievale del 1450. Comunque sono nel mio letto al sicuro, per ora, e dalla disperazione mi sfilo le mutande. Sì,lo so, non l’avrei mai fatto in una situazione normale, ma la porta era chiusa a chiave e nessuno sarebbe entrato. Non che me ne vergognassi comunque. Teoricamente nient’altro, se non la mia pelle, mi avrebbe scaldato ulteriormente, ma scorticarmi non era il mio piano A. Qualcosa però appesantisce il mio basso ventre e, dato che non sento pulsazioni, non è nulla di naturale. Mi sveglio di colpo. Una bestia! Cioè, non il mio coso,o meglio anche, vabbè… un piccolo mostriciattolo marrone si diverte a schiacciarmi l’ombelico.<< Questo è un incubo, non preoccuparti.>> sono le sue prime parole proferite con una voce molto virile, quasi da speaker pubblicitario. Mi manca il respiro, anzi, mi accorgo di non respirare proprio. Avevo perso il respiro da quando mi ero sfilato le mutande e questo solitamente succede alle ragazze in camera con me, non a me: stavo certamente sognando. Immerso in questi pensieri, sono combattuto tra il convincermi della teoria del sogno o di esser certo di incappare in un’embolia polmonare. Tento la sorte rivolgendomi a quell’obbrobrio della natura: <<Se sto sognando perché tu? Voglio dire, perché non una strada deserta, una Maserati e io sparato a 300 Km/h? Senza offesa, ma sei un po’ inquietante e fai anche schifo>>. Una lacrima riempie un occhio del mostriciattolo, quello non troppo pieno di cispe. Mi sento in colpa. <<Sempre così, voi fate sogni di merda e poi date la colpa a me. Cosa c’entro io? Sono qui a farmi i fatti miei quando dall’ufficio collocamento onirico mi dicono – We, c’è un cretico che s’è sognato “L’Incubo” di Johann Heinrich Füssli: tocca a te campione! – Ecco io non somiglio per niente a quella roba là. Sono più figo>> qui il mio cuore perse un battito << E comunque ho un lavoro da svolgere. – continua l’essere alle prese con le mie dita dei piedi- Non so bene cosa però. Hai presente quel quadro? Cosa succede dopo? Che cosa devo fare dopo?>>. Mi tornano in mente le lezioni di storia dell’arte: sensualità, erotismo. Cazzo, sono senza mutande! Cerco di alzarmi ma pesa quanto un bue, non ho speranza. <<Allora?>> chiede petulante lo schifo che saltella sui miei piedi. Rassegnato sono in procinto di confessare la terribile profezia quando un cavallo, o meglio una sottospecie di equino, sbuca dalla tenda di velluto rosso dietro al letto. Quando diavolo ho comprato una tenda di velluto rosso? Ah già , e un cavallo? <<Sono cieco, sono ciecooo>> urla tra un nitrito e l’altro. Per la seconda volta mi sento in colpa: perché mai ho scomodato un cavallo orbo? <<Ora ricordo – dice il mostriciattolo- ora ricordo!>>. Terrificato vedo l’essere che si avvicina beffardo al mio basso ventre di nuovo, percorrendo il mio femore destro.                                                                       Poi successe. Qualcosa si mosse sotto di me, scaraventandomi sul pavimento freddo e con me il mostro pervertito. A terra, dopo aver sbattuto il culo, alzo lo sguardo e vedo una ragazza, la ragazza del quadro! Sbraita urlandomi che mi sono sdraiato  sopra la sua faccia senza mutande, ma io non me ne sono mica accorto e poi dice che le sto rubando la scena. Guardo dalla parte opposta al velo rosso e intravedo una mano, un pennello e il volto di Füssli. Sono nel dipinto, sono il dipinto! E arriva una pennellata bianca che mi colpisce sul volto, poi tutto il corpo. Mi sveglio tutto sudato. Mi viene da vomitare e la testa mi gira ancora, ma non penso che riuscirò a dormire per il resto della serata. Però gli occhi già incominciano a vacillare e mentre li chiudo per restare al buio a riflettere, non vedo il mostriciattolo che scorrazza verso la finestra a dorso del cavallo che, prima, sbatte il muso contro il vetro.                                                               Così svaniscono. 
sabato 4 febbraio 2012

"Cade la neve sui ricordi"


"..C’è la neve nei miei ricordi
c’è sempre la neve
e mi diventa bianco il cervello
se non la smetto di ricordare
ma tanto qua sotto non è peccato.."


Potrei dire che quel giorno nevicò, potrei ma sono sicuro che quel giorno fu un’anomalia invernale per il caldo più adatto alla primavera che a Dicembre. Potrei vederti vicino a me, mano nella mano mentre il ghiaccio circondava la nostra felicità cristallizzando i germogli di fiori che nasceranno solo più tardi, quando saremo passati noi. Potrei poi (giurerei di averlo sentito) vedere la tua piccola bocca avvicinarsi alla mia guancia, scambiarle un po’ di  calore e fuggire, poi, nella vasta distesa di sensazioni fredde ( o erano calde?) della giornata. Fosse stato vero, ora avrei ancora il tuo odore sulla mia pelle, ma dei sogni non abbiamo che un ricordo vago e annebbiato, e stavolta non c’entrano nulla i miei 2/10 dell’occhio sinistro. Potrei anche cavarmela romanticamente ammettendo che per vedere mi basterebbero i tuoi occhi, ma sai non vorrei prendere in prestito troppo da te, che mi hai regalato già la  bocca per vivere di tuoi baci. La neve dunque cadeva su di noi, ma lontana da noi, ne sono sicuro; mano contro mano e cuore vicino a cuore sotto pesanti sciarpe e pantaloncini corti. Sguardi brevi e intensi, camminata veloce, ansimiamo a ritmo di fiori che incominciano a sbocciare, sono i germogli di quando ci siamo conosciuti, ricordi? La neve ormai non c’è più ed è solo il ricordo di un sogno sognato durante la fantastica fantasia di fine primavera, dove l’inverno era ormai uscito dalla porta lasciando il pavimento bagnato da neve sciolta; e anche quest’anno mi sono scordato di fare il pupazzo di neve … . La nostra stretta intanto si è sciolta proprio come neve, ed è strano pensarci insieme dopo tanto tempo, ma nei miei sogni non posso far altro che immaginarci vicini e muti, perché sai, con le parole roviniamo sempre tutto. Ho notato anche che certi giorni piove ai matrimoni o il primo giorno di vacanza, non so cosa c’entri con la neve d’un tempo o con i fiori sbocciati in primavera e che ora stanno lentamente appassendo sotto i colpi dell’autunno, ma sono certo che la pioggia sia stata tra di noi. Nella felicità lei c’è, e così con noi. Ho guardato in alto e una dannata goccia mi è entrata nell’occhio diventando lacrima, ma non sto piangendo, questo mai e ricordalo bene. Sono solo triste e la pioggia mi sta asciugando il volto con altra acqua non vile come le lacrime. Piangerò per te solo il giorno in cui spariranno le nubi gonfie e la pioggia sarà finita per sempre. Finita, come la ricorrenza del mio sogno; quanto tempo ho sprecato pensando di impiegarlo con te in un mondo parallelo, dove io e te non c’incontriamo all’infinito, ma  qui, proprio su questo immenso prato verde e giallo ed anche marrone per le foglie cadute dagli alberi, appassite. Quando la verità è che mi manchi, cosa possono i miei sogni togliere alla fantasia diventata marionetta del cuore? Guardando quel tuo neo sulla pelle ho riscoperto la bellezza della vita, e vorrei che tutte le persone ne avessero uno uguale al tuo per poter sembrare solo un po’ come te, come la persona che più amo in vita mia. Un neo, particolare stupido per un sogno altrettanto inutile di un cuore spezzato nel petto di un ragazzo con il volto coperto di pioggia, pioggia salata. Mi sono svegliato, in estate. Sole che asciuga il viso e mare in cui annegare i dolori. Un giorno di Luglio ( non ricordo ormai più quale, ma era importante?) mi sono addormentato sulla riva del mare: le onde calme mi accarezzavano i piedi e dei piccoli granchi stuzzicavano le dita della mia mano scherzosamente, ma io non ero lì. Vedo il prato coperto di bianco ora, possibile? Vedo una lapide in mezzo al cumulo più alto in cui c’è un pupazzo di neve, quello che finalmente sono riuscito a fare. C’è scritto il tuo nome sopra, e una data che non si legge più. E c’è la neve, la neve che cade a grandi fiocchi coprendo tutto, anche me.
domenica 22 gennaio 2012

Foglie di thè danzanti ( Lettera a nessuno)



Giocherellando con fare distaccato, credo che combinerei  varie possibilità per creare quello che nessuno mai penserebbe. Uno dei vantaggi dell' essere il Creatore è quello di aver la novità dalla propria parte. Creare una moda, creare un trend. Essere per una volta lo stilista, non un inutile manichino. Così, creando abiti su mia misura e scegliendo di scegliere, confinerei la mia libertà all'interno di un attimo fuggevole, e per questo eterno. Sapendo di aver nella mia tasca l'immortalità, benedetta come un fazzoletto durante un raffreddore, chi potrebbe mai scalfirmi? I virus non mi lambiscono, l'odio non mi distrugge: la spiritualità dell'anima vince ciascun disprezzo contingente e necessario. Necessario come l'amore, una laurea, la morte. Forse dimentico qualcosa, ma dato che sono io il primo a compiere delle azioni, decido che non esiste l'oblio e non esiste il compiere e non esistono le azioni. Esisto Io. Poi, quando sarò abbastanza stanco del compiacermi e delle infinitè scelte che s'annoverano tra le alternative dell'universo, avrò un amico: qualcuno che mi apprezzi al posto mio.  Qualcuno che sappia ciò che amo sentirmi dire, che mi prenda in considerazione nel momento del bisogno. Qualcuno per cui essere una droga. Essere una dipendenza reciproca. E restare in ascolto senza l'obbligo di agire, credendo che si possa far a meno di me per recuperare quell'istante di disperazione e di solitudine che non ho sentito mai. Non ho inventato la solitudine, ma ne provo lo stesso il brivido come in un atto illegale. Un giorno tutti sapranno le regole del gioco e  alcuni riterranno addirittura di aver scoperto il trucco; la verità è che le regole le gestisco io e non vi è illusione maggiore che quella per cui perdersi nella superbia. Il problema è che tutti sanno chi incolpare per la propria angoscia, per la propria incompletezza costitutiva esistenziale, Io no. Io potrei insultare solamente le mie mani manipolatrici e generatrici, senza sapere con chi prendermela davvero. Io non conosco la solitudine, ma ne provo ora il brivido come in una fustigazione lenta. Magari se il mio cuore, sbucato dal nulla, non fosse così malato da temere il peso delle responsabilità, avrei già una generazione di amici a cui tendere le mie maledette mani. Probabilmente il mio velo si sarebbe sguarciato se l'unica realtà avesse deciso di darmi delle spiegazioni. Di spiegarmi il perchè di tutto questo, di illuminarmi sul perchè Io. Cos'avrà mai di tanto speciale il poter vantarsi di una libertà che pare costituita soltando da una Provvidenza e da un Destino inconciliabili? Perchè non posso avere mai la consapevolezza di fare qualcosa per me stesso? Non ho inventato l'egoismo, ma ne provo il fremito come in un incubo incurabile. E se razionalmente mi ritovo a dover far i conti con qualcos'altro, posso dire di essere qualcosa che esiste?  Se non avessi generato il vento ora mi sentirei solo, anche se la solitudine non esiste. Anche se l'amore è assente. E come una danzatrice orientale, magica come Salomè, mi lascerei trasportare dalle foglie che s'alzano leggere dal mio primo esperimento. Non è così male, la Terra. Bel nome, poi. Non ho mai inventato la soddisfazione, ma ne provo le scintille come in un temporale d'estate.
domenica 15 gennaio 2012

Anche Omero non conosceva la storia


Disperazione - Munch
Prenderò una tazza di quella squisita limonata che vedo sulla scrivania, giusto per rilassarmi un po’. Le dispiace se appoggio i piedi sulla sedia? Sa, è tutto organizzato in me: la comodità prima di tutto. Ora, so per quale ragione mi ha chiamato  qui e sono venuto solo per poter chiarire quest’immenso equivoco.  Ha presente quel momento in cui si vorrebbero dire miliardi di cose, ma alla fine ne esce solo una dalla bocca, tra l’altro la più banale? Beh, non è il mio caso: ho soltanto una cosa da dire che forse concorre alle altre migliaia, ma questa è la convergenza, ho scelto. Il problema è nato forse da quanto io odi la gente che mi osserva, mi scruta. Ha presente, no? Orribile. Mi si serra la mascella, il viso  si paralizza e non le dirò poi della sudorazione delle mani … Conto ogni fottutissimo secondo sino a quando posso liberarmi di quest’angoscia che mi stringe la gola. Non le nasconderò che non sono un animale sociale, tutte quelle cagate sulla società umana non fanno per me.Sono un lupo solitario, ma non per scelta. 
sabato 14 gennaio 2012

Che colore hanno gli alieni? (Extraterrestre portami via)

Shifting, Very Slowly
Computer-controlled LED Installation
Passò la notte accovacciato, vomitando. Da due settimane ormai stentava quasi a star in piedi, e ora, colpa anche di qualche inevitabile bicchiere di troppo, stava sboccando l’anima. Non che avesse molto cui pensare tra un conato e l’altro, ma si ritrovò a divagare mentre rigettava:  Marek rifletté proprio sulle ultime caotiche settimane al Distretto di polizia. La notizia arrivò carica di enfasi la notte del 7 novembre: un oggetto volante non identificato, al secolo U.f.O, era atterrato, o meglio schiantato al suolo, nella periferia rurale della metropoli. Non che l’evento si potesse considerare una novità  dato che tra alieni, fantasmi, serial killer pluriomicidi e mostri mutanti radioattivi, i cliché si susseguivano in un incessante catena di superstizioni inventate solo per ottenere qualche minuti di attenzione, di ascolto. Popolarità magari, celebrità. Questo era quello che al Distretto era chiamato il “margine della società tra la feccia e il centro urbano”; segnalazioni fasulle, ovviamente, che non ottenevano nemmeno una misera considerazione. Marek odiava profondamente tutta questa perdita di tempo, e il puzzo di vomito rimpolpò il disprezzo. Eppure quella maledetta notte di novembre qualcosa allarmò i poliziotti per la restante parte della serata:  la telefonata rapida, quei suoni sgradevoli ma ipnotici, paranormali. Vento, bufera. Urla.                                                                                                                                                                                        La tentazione di mandar giù una volante giusto per una controllatina veloce fu forte, ma l’orgoglio la vinse. In questa maniera la storia finì nel dimenticatoio del cestino intasato del Distretto tra delitti irrisolti  e stupri non attestati. La criminalità di Broadsest Falham non era la migliore della contea, anzi. Immaginate di respirare profondamente e pensare a tutte quelle storielle che si raccontano sui tre secondi che passano e le conseguenti tre nascite avvenute nell’arco di tre arieggiamenti polmonari. Ogni tre respiri a Broadsest Falham muoiono  invece cinque persone, di cui due probabilmente assassinate;  avvengono forse anche quattro furti tra i  vicoli bui della parte ovest della periferia industriale e innumerevoli rapine: il problema non era trascurabile. Per risolverlo, furono prese scarne misure preventive che rimasero solo vani tentativi per salvare la parvenza di un impegno. O almeno di un interessamento, osavano bofonchiare gli anziani nei pub. Già, un interessamento. Pareva proprio che l’unica a contare davvero fosse l’apparenza;  l’apparenza di agire tempestivamente e l’illusione di porre un ostacolo. Fantasie. Sostanzialmente però, l’economia globale non veniva mai seriamente intaccata dalle falle scavate dal sistema criminale, essendo alla fin della fiera una delle più efficienti  addirittura dell’intero Stato. Così con gli anni era divenuta meta ambita di emigranti in cerca di lavoro. E di alieni.                                                                                                                                          Blourgh.                                                                                                                                                                                                      Pezzi di hamburger surgelato mezzo digerito, comprato al supermercato dietro casa , cucinato al microonde in tre minuti, in tre respiri mentre gente veniva brutalmente uccisa e rapinata. No, la vita di Marek non era niente male. Per lo meno accettabile, vivibile. Aveva scoperto il trucco, ossia non pretendere mai troppo dall’esistenza: un lavoro che non porti velocemente al suicidio, un tetto sulla testa, magari qualche ragazza per scaricarsi e una Tv non ultrapiatta. Il Nirvana dei sensi; il Paradiso della nuova generazione dei disillusi. Un’ancora che affoga nel mare della banalità, un’incudine legata attorno alle caviglie e giù, tra gli abissi dell’anonimato. Bisognava fermarsi per non vomitare anche la bile. Inoltre stava perdendo troppo tempo e mentre tirava per l’ultima volta lo scarico del water, la sveglia suonò beffarda le sette in punto. Orario di sveglia e di colazione, orario per andare al lavoro. Orario di bambini che chiedono imploranti alle madri ancora cinque minuti di dormiveglia, tempo di caffè e coperte tiepide. Non per Marek, non più da due settimane. Sbuffando si alzò da terra reggendosi con il braccio destro all’asse del gabinetto per aprire la finestra del bagno ed assaporare la fresca brezza autunnale. Dacci oggi il nostro caldo smog quotidiano.
giovedì 12 gennaio 2012

Lo Scrittore ( Una storia qualunque)


Lo Scrittore non aspettava visite quella sera. Tuttavia, dato che il destino  ama scombinare ogni piano, qualcuno bussò alla porta di casa sua. Di buon animo qual’era, si affrettò per poter accogliere all’uscio il visitatore, ma qualcosa lo colpì stranamente:  non si sapeva spiegare come né perché, ma davanti alla porta non c’era effettivamente nessuno, strano. Dapprima il fatto lo inquietò molto, lasciando però poi spazio ad un buon bicchiere di cognac gustato davanti al suo nuovo capolavoro: l’ultimo suo romanzo.  Eh sì, ne andava proprio fiero; in quel momento gli sembrarono indispensabili  tutti gli immensi sacrifici fatti per poter concludere quell’ opera, e gli passarono davanti agli occhi le cose che si era perso per poter continuare incessantemente nel suo lavoro:  le uscite rimandate con gli amici che ora rimandavano loro le sue richieste,  ,l’amabile madre che s’informava ogni giorno per poter aver notizie del figlio ma che ora non chiamava più, e poi Laurie ,  la sua ragazza. Dio sa quante litigate infiammarono le linee telefoniche tra i due in tutto quel periodo, ma ora erano cessate, finite. Un giorno di Settembre, umido ed uguale a molti altri, Lei lo lasciò. Così, semplicemente. Del resto, non trovò alcuna ragione al mondo per poterla biasimare: voleva la sua vita, e viverla appieno con lui, ma per lui questo non era possibile  o forse soltanto capibile.
mercoledì 11 gennaio 2012

Il Teatro dell'Orrore ( esperimento Palahniuk)

La presunzione era di sicuro il suo più grande difetto: amava se stesso, questo era l'unica certezza. In fondo non c'era da stupirsi se da piccolo la sola attività a cui si dedicava era la caccia. La caccia violenta, con sangue, viscere e morte. Tanta morte disseminata come peste. Eppure ad ogni sgozzamento, fiumi di lacrime sgorgavano piene di dolore sino alla manica destra del suo maglione preferito adibito a fazzoletto, sempre. Dolore e violenza, auto accettazione e masturbazione. La pena gli provoca tutt'ora piacere, così iniziò la scoperta della sua malattia. Una malattia senza cura, un'infezione che si espande nera ed infetta attorno al cuore, attorno al cervello avvelenando le sinapsi celebrali. Un'oscurità che inglobava tutto e spariva così come arrivava quando fagocitava la realtà: ora egli si ritrova di fronte a tre cadaveri, un martello in mano, sangue in bocca. Schizzi di liquido seminale dentro i pantaloni, lacrime pesanti come la penna del martello sul viso e un'espressione sconvolta nelle iridi. Un sorriso apatico. L'ultimo ricordo, se di ricordo si trattò, fu buio totale. Una macchia nera che come bruciatura su una pellicola cinematografica eliminava la trama della realtà, delle azioni. Tre singulti per tre corpi. Una risata condita da denti marci, una risata che assoceresti ad un clown ma non sai il perché. Gente che malata di coulrofobia impazzirebbe al suono. Flashback violenti e rapidi come un'eiaculazione di distruzione, di morte. Colpi secchi assestati su prede fuggenti, su animali da catturare, da torturare. Eliminare la carne, le ossa. Due uomini e una bambina, innocenti. Correvano svelti giù dalle scale con la paura nelle vene, ansimando e voltandosi di continuo. Ma la morte non ha fretta e lui aspettava, aspettava. Erano in trappola, semplicemente. Una casa di 300 mq con giardino, un immenso giardino curato settimanalmente che si era trasformata in una gabbia: una strategia impeccabile da freddo pianificatore. Ma non fu lui l'artefice: qualcosa aveva di certo manovrato le azioni poiché non ricordava nulla di pianificazioni o tattiche. Buio totale, come una notte senza luna.

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