mercoledì 11 gennaio 2012
Il Teatro dell'Orrore ( esperimento Palahniuk)
La presunzione era di sicuro il suo più grande difetto: amava se stesso, questo era l'unica certezza. In fondo non c'era da stupirsi se da piccolo la sola attività a cui si dedicava era la caccia. La caccia violenta, con sangue, viscere e morte. Tanta morte disseminata come peste. Eppure ad ogni sgozzamento, fiumi di lacrime sgorgavano piene di dolore sino alla manica destra del suo maglione preferito adibito a fazzoletto, sempre. Dolore e violenza, auto accettazione e masturbazione. La pena gli provoca tutt'ora piacere, così iniziò la scoperta della sua malattia. Una malattia senza cura, un'infezione che si espande nera ed infetta attorno al cuore, attorno al cervello avvelenando le sinapsi celebrali. Un'oscurità che inglobava tutto e spariva così come arrivava quando fagocitava la realtà: ora egli si ritrova di fronte a tre cadaveri, un martello in mano, sangue in bocca. Schizzi di liquido seminale dentro i pantaloni, lacrime pesanti come la penna del martello sul viso e un'espressione sconvolta nelle iridi. Un sorriso apatico. L'ultimo ricordo, se di ricordo si trattò, fu buio totale. Una macchia nera che come bruciatura su una pellicola cinematografica eliminava la trama della realtà, delle azioni. Tre singulti per tre corpi. Una risata condita da denti marci, una risata che assoceresti ad un clown ma non sai il perché. Gente che malata di coulrofobia impazzirebbe al suono. Flashback violenti e rapidi come un'eiaculazione di distruzione, di morte. Colpi secchi assestati su prede fuggenti, su animali da catturare, da torturare. Eliminare la carne, le ossa. Due uomini e una bambina, innocenti. Correvano svelti giù dalle scale con la paura nelle vene, ansimando e voltandosi di continuo. Ma la morte non ha fretta e lui aspettava, aspettava. Erano in trappola, semplicemente. Una casa di 300 mq con giardino, un immenso giardino curato settimanalmente che si era trasformata in una gabbia: una strategia impeccabile da freddo pianificatore. Ma non fu lui l'artefice: qualcosa aveva di certo manovrato le azioni poiché non ricordava nulla di pianificazioni o tattiche. Buio totale, come una notte senza luna.