venerdì 21 febbraio 2014

La gravità nulla sa dire



La gravità nulla sa dire
delle orme sparse, tracce
profonde tra le ferite
di chi camminando vive;
nulla dei discorsi abbandonati,
schiacciati verso il cuore
dal vento ingeneroso.

Forse nemmeno una parola
riguardo queste sconfitte:
vecchi sogni risaliti
dalla torbida speranza;
chiedile degli amori distrutti,
ascoltando flebile risposte 
del Mondo, ma non sue. 

Eppure, ancorandoci al reale
sussurra ipotesi astratte. Risale
la china delle domande
e gretta ci assale, astrale
sentenza che ci rende umani,
lontane essenze del domani. 

Mattia Lo Presti
giovedì 6 febbraio 2014

Una luce

Anche nell'oscurità
c'è luce.


Guarda gli occhi lucidi,
gli orchi degli incubi- forti
sospiri sommersi dalla notte-
quando scocca dal pendolo
rinsecchito, l'attimo inesatto
del tuo silenzio.

Conche disperse, gli incavi
settici del corpo, farfugliati
come prece- balbettanti
sussulti che sorreggi
nell'altalena del pianto,
sospinta dalla mia spalla.

Sempre affronta il nero
del tuo sogno cetra in mano,
e danza vestita di lino
nel ventaglio di ombre
insignificanti: saremo
provvisori come due torri
pericolanti, forti nel vento
soltanto se non distanti.


Mattia Lo Presti
venerdì 31 gennaio 2014

L'insonnia della mente

E' la finzione che più d'ogni altra cosa
mi tiene sveglio la notte; la sensazione
che tutto sia la copia della copia della copia.

Sulle tonchiate notti cadono
come coriandoli di carnevale
gli anatemi della sera
quando ti rifugi tra le calette
del riposo, ascoltando già il domani.

Con l'ansia che a te non serva,
si sposta tra dubbi e tronchi
di sogni distorti, il mio cuore-
ceppo degli amori fertili,
ormai sterpame lasciato in gerbidi.

Forse è fortuna aver la luna
così salda, perché copra
con la calma della nebbia
le vitree labbra della strada:
parlano stillando luce.


Mattia Lo Presti
giovedì 30 gennaio 2014

I frammenti di verità

Ilaria Martellaci- La verità 


Nam Sibyllam quidem Cumis ego ipse oculis meis vidi in ampulla pendere, et cum illi pueri dicerent:Σιβυλλα τι θελεις; respondebat illa: αποθανειν θελω.

 ("Del resto la Sibilla, a Cuma, l'ho vista anch'io con questi miei occhi, dondolarsi rinchiusa dentro un'ampolla, e quando i fanciulli le chiedevano: "Sibilla, cosa desideri?" quella rispondeva:"Desidero morire")


Un impiegato e una dattilografa s'incontrano nell'appartamento della ragazza. Sullo sfondo, una città semi-distrutta dal nichilismo degli uomini ed indicibile (ma è Londra, s’intuisce). Qualsiasi briciola di rapporto umano è annientata dall'aridità del vivere: non esistono più valori. Lo stesso rapporto tra i due ragazzi è posticcio, blando. Come in un incubo, Tiresia- l'impiegato- avverte tutta la falsità della situazione, ma non riesce a svegliarsi. Perché l'incubo è diventata l'unica realtà; i sogni sono l'alone opaco del passato. 

Tiresia è un nome noto: nella ricca mitologia greca, egli non era solo un indovino, bensì il miglior indovino che avesse mai messo piede sulla Terra. Inoltre, dopo esser intervenuto in una disputa tra Dei, Zeus- per punizione- lo renderà l'unico uomo ad essere trasformato in donna e successivamente ri-dotato di pene (a parte forse Curtis Donovan di Misfits). Ma la peculiarità di Tiresia non sta nell'aver provato entrambi gli orgasmi, piuttosto nell'essere uno dei pochi a possedere la verità in quanto “colui che ha visto tutto”.  

Come potrebbe esistere il concetto di verità in un mondo distrutto dall'ipocrisia umana come quello di Eliot? Basta ridare un sguardo alla citazione iniziale, non a caso posta all'inizio del poemetto The Waste Land

Il senso fondamentale è qui: si percepisce l’amara e silenziosa presa di coscienza del decadimento della realtà. La Sibilla, infatti, condannata all'immortalità dal dio Apollo, è avvolta da un'aura di estrema decrepitezza, costretta allo scherno ad opera dei giovani del paese. Ancor più importante è scoprire il motivo capitale di questo risvolto esistenziale: Eliot fa coincidere la perdita dei valori con la fine della pacata esistenza terrena. Questa Pizia vecchia, seccata e stizzita è il prodotto di una generazione, è la tracotanza umana del voler strappare le notizie degli eventi dal futuro tramutata in corpo. 

 Ma, siccome la letteratura è spesso un lento rincorrersi di idee e un accorato riflesso in uno specchio lungo secoli, le stesse identiche figure così importanti nell’ideologia del poemetto- la Pizia e Tiresia- sono rinate sotto la penna dello scrittore svizzero Friedrich Dürrenmatt e il significato che veicolano è ancor più sorprendente se accostato a quanto detto su Eliot. Con meraviglia, le immagini combaciano e sembrano sprofondare l’una nell’altra. Nel romanzo del 1998, Das Sterben der Phytia (“La morte della Pizia”), Dürrenmatt tenta di rielaborare il mito di Edipo rivendendo la scala di valori della profezia della Pizia: qui il vero sovrano di Delfi non è Edipo, bensì la città stessa, sottoposta ad un decadimento materiale e morale che sfiora soltanto le immagini polverose di The Waste Land, ma che si riallaccia idealmente ad uno dei temi cardine della letteratura mondiale: la critica verso un mondo che ruota costantemente su se stesso, ma che in fin dei conti non cambia mai le regole di base. Così, l’esistenza umana immaginata da Dürrenmatt è la metafora dell’insondabilità e dell’inafferrabilità della verità, poiché, dall’alto, domina sovrano l’Enigma. L’acme del romanzo giunge nel monologo finale di Tiresia in cui egli afferma: <<La verità resiste in quanto tale se non la si tormenta>>.  

Sarebbe possibile non tormentarla, la verità? In fondo è l’unica cosa che non possediamo veramente, ma- quando manca- non c’è posto per nient’altro. Siamo quindi lontani dal mondo di T.S. Eliot, immaginato nel lontano 1922? Qui, nell’underground del XXI secolo, la verità manca ancora: solo che nessuno si preoccupa più di ricercarla. 

mercoledì 29 gennaio 2014

La morte negli anni Venti

Zelda & Scott Fitzgerald negli anni della giovinezza



Lettera di Zelda Sayre Fitzgerald a F. Scott Fitzgerald
[Dopo il 15 Aprile 1919]                                                                                                  Montgomery, Alabama    
 
<< Perché le tombe dovrebbero dare una sensazione di vanità? L’ho sentito dire tanto, e Gray è così convincente, ma in un certo senso non ci trovo nulla di disperante nel fatto di avere vissuto- tutte le colonne spezzate, le mani giunte, e le colombe e gli angeli significano storie d’amore- (…) spero che la mia tomba abbia un’aria di tanti, tanti anni fa- non è buffo come, in una fila di caduti confederati, due o tre ti fanno pensare agli innamorati morti e amate morte- quando sono esattamente come gli altri, fino nel muschio giallastro? La vecchia morte così bella, così tanto bella- noi moriremo insieme- lo so- Cuore mio. >>      


Piume, scialli lunghi quanto una contraddizione ed opulenza stanno ai Roaring Twenties come Hollywood sta ai film mainstream. E tutti gli sfarzi, i lussi di case favolose e inquietanti, gli abiti glamour sono il minimo comune denominatore d’una ricerca assurda verso il senso della vita, un po’ come facciamo tutti. Solo con più alcol e più paillettes. Ed è strano come questi piccoli oggetti possano rappresentare un’intera esistenza: è proprio da una semplice ciabatta che il 10 Marzo 1948 verrà riconosciuto il corpo carbonizzato di Zelda Sayre Fitzgerald, morta nell’incendio divampato nella struttura psichiatrica di Asheville in cui era rinchiusa da parecchi anni. Tra l’altro, ash in inglese significa proprio cenere.

Chiaramente, nemmeno la nervosa impazienza di Zelda, né la poco sobria intelligenza di Scott, sono state un freno alla comune necessità dell’uomo di porsi delle domande sulla troppo fragile esistenza. Così, capita a tutti di riflettere almeno una volta nella vita all’incombenza della morte. C’è chi si ferma al semplice pensiero della lontananza di big M., oppure chi crea poesie davvero splendide: basti pensare all’epico troll di Macpherson nei Canti di Ossian o alla meno rimarcabile “Elegia scritta in un cimitero campestre” del poeta inglese Thomas Gray (per gli amici traduttori del Settecento, l’orrido Tommaso Gray. Da far accapponare la sovraccoperta di qualsiasi libro).
Proprio al caro Tommaso fa riferimento Zelda in questa lettera risalente ai primi anni di corteggiamento di una delle coppie icona più celebri. Il pezzo in questione verrà ripreso da Scott nella riflessione conclusiva del suo primo romanzo (Di qua dal paradiso,1920), a mostra del fatto che per il grande scrittore americano, la consorte fu e rimarrà sempre una sorta di nemesi/musa ispiratrice, sino al culmine, l’esplosione di autobiografia nel Grande Gatsby.

Quello che colpisce, in questo scorcio conclusivo della lettera, è la tenera illusione dell’amore. Un amore giovane, e già zoppicante, seppur saldo. E’ non mi sto ingarbugliando in contraddizioni: infatti, Zelda era una a cui piaceva far ingelosire Scott; spesso baciava un altro uomo di fronte al proprio fidanzato alias povero Fitzgerald, salvo poi confessargli amore e fedeltà eterna. Un labirinto di caratteri, questa Zelda.

Ancora più tenerezza ci conserva la nostra posteriorità a questi eventi, sapendo infatti che Zelda vivrà ancora otto anni dopo la morte dell’eterno amato Scott nel 1940, facendo la spola tra vari istituti psichiatrici. Non moriranno assieme come la giovane Zelda sperava così ansiosamente. Ed è triste, come triste è vedere morire ogni amore sincero. Tristi gli ultimi anni di scambio epistolare tra i due, con Scott impegnato in un’altra relazione ad Hollywood. Sola, Zelda
.
E come un fuoco d’artificio tardivo, sparato per sbaglio dopo quello conclusivo della serata, resta per sempre la tomba dei due, sepolti insieme- forse anche ingiustamente viste le chiare intenzioni di Scott di essere sepolto vicino al padre. Restano anche tutti gli splendidi libri di Scott, e le lettere piene di vita; i movimenti generazionali a loro ispirati, le flappers, i ruggenti anni venti che tuonano come un’eco fino ai giorni nostri e una storia. La loro storia, che dipinge un grande full stop sopra gli interrogativi riguardo alla morte: essa toglie, non aggiunge. E quando sottrae, c’è sempre qualcuno che resta solo.


<< (…) E vissero felici e contenti- o il meglio possibile.>> Lettera di Zelda a Scott (Agosto 1936)

Gli Istanti Perfetti

Edward Hopper- Nighthawks

I suoni e le luci si dissolsero nel fango nero
della notte, cadendo come stelle in un canto
di San Lorenzo, dolce e amaro al tempo stesso;
Lì brillarono quegli occhi d'incenso,
puliti più del Nord e dell'oceano,
freddi come il ghiaccio secco e la vita:
uniti in un distacco velato d'istanti,
quando invece del tempo non resta
che un vago senso di esaurita fretta.


Quante cose si possono dire su di te,
i respiri, pensieri di ieri, ma quante cose
ancora posso dire dentro di te:
anni di deserti polverosi- quella sensazione
che non t'abbandona nemmeno tra la gente-
formicolando arrogante tra i precipizi
delle insicurezze, scivolando sull'aria
viziata dei ricordi, chiusi ad onta di danno
per quelli che stanchi la ricorderanno,
sospirando delusi tra giudizi inesatti.


Quante cose posso dire dentro di te,
ben più intime e meno sensate:
i miei gesti sbagliati, le frasi spezzate,
quella mano che stanca ancora ti cerca
non per amore, ma per sicurezza
cadendo sconfitta sul petto
la notte che s'ombra di netto
mentre aspetto disteso sul letto
un tuo sussurro distratto.


Non che l'alba spezzi la voglia,
forse da Oriente sorge anche una spoglia
malinconia dal mio sonno levante,
alzando la tenera testa distante
anni-luce da me, dal mio esser
presente in questa mattina d'inverno
freddo,- un brivido d'inferno la tua assenza
spenta col peso fatuo del giorno-
mentre mordo l'asfittica distanza del vuoto,
del vano
nostro mondano.


È un'agnizione strana quando si scorge
la scia ancora calda della tua sera,
tenebrosa e procace; così tardiva
parte dal nostro rifugio che non esiste,
in un teatro di giochi senza sipario-
cruda e reale come un sogno-
prendendo le mie dita incrociate
di getto, accucciate sotto il mento
in una smorfia senza senso:
chiusi gli occhi in un lampo di libertà,
rideremo, rideremo fino a piangere
scandendo i passi della solitudine
lontana da casa, mentre felici- assieme-
guarderemo un tramonto
distante secoli.
domenica 1 settembre 2013

Lo scrigno felice

Van Gogh- Dr Gachet

Non è la vita che un giorno si perde, 
ma il segreto felpato di moquette,
quel frappé scomposto in nulla e ciarde
lente, pomice frappa del fogliame;

Quel segreto da bar, bagaglio fedele-
cosa dice lo serri verace,
che le cose felici son rare
come cripte o buche preziose-
lo tieni in mente, l'osservi sempre.

Tra le sterpaglie di chi crede
la vita esser voce, il tuo silenzio
che nulla dice, sará ripa 
di luci prone dalle stelle;
per gli altri solo il lume
senza pace d'un lampione.

Mattia Lo Presti

venerdì 23 agosto 2013

Dimenticanze

Edward Hopper- Escursione nella filosofia

  • Se tornassero a noi le cose
  • sparite, la chiave del bagno,
  • la mia collana dell’anniversario-
  • piccoli vuoti che ritornano uguali-
  • la certezza avremmo almeno
  • di ogni giorno che si allontana,
  • di ogni amicizia che è mancata. 

  • Se vedessimo d’intorno le incertezze 
  • (e sono diafani fantasmi, in contro-luce;
  • posaceneri colmi di fumo, schiariti
  • si gonfiano come il peso che porta
  • chi è solo), a queste paragonare il vuoto
  • sarebbe fortuna; una sciocca cupezza
  • di chi, dentro, è ormai morto. 

  • Invece, la microfisica della vita
  • disperde elettroni e particelle; si perde
  • tutta la cianica sostanza che frulla
  • la memoria e la sua pecca. Ricordo
  • dove ho messo la testa, 
  • ma non dov’è rimasta la lenza
  • che tira lenta la mia esistenza. 
     


giovedì 22 agosto 2013

Amo te in tutti i modi e tempi del verbo

Magritte- Gli Amanti


Ho sentito dell'infinitesima
vita d'un elettrone, e dirai
sorridendo come ad un bambino
- Quante cose di me non sai. -


Ci son parole vuote più che mai
nella scia delle frasi corpose
che stringono la gola delle mie,
attratte dalle tue linee sinuose.

Ho parlato coi tuoi occhi
fino a mezzanotte, con la dolcezza
felina del tuo sguardo sensuale
accarezzando il tuo profumo.

Ciò che di te profondamente amo
non può esser scritto,
né raccontato come una storia
qualunque; è il tuo sorriso

specchio di tante fiabe incantate,
una cornice d'amore falbe
sulle nostre mani unite.
Quanti battiti ho perso tra albe

e tramonti che schiudevano
la nostra storia che non è
quello in cui molti speravano.
Nei mattini di brina e terra

abbiamo imparato a vivere
da amanti, grovigli e lacci
sospesi nel vuoto del domani
coi suoi buchi di memorie.

Amo te in tutte le sfumature,
non giacchè evanescente fuggi,
ma per i bagliori di luce
ch'aleggiano anche in tua assenza

Gli occhi che vedono, ma non guardano


Amedeo Modigliani- Occhi di Donna


L’oro dei ricordi brilla e brucia
sulla cenere ammuffita: la rischiara
dolce, un po’ contratta, come quando
sentire scorrere tutte
le tue pupille sulla mia pelle
era una gelida cascata di stelle,
la prima notte che ti ho baciata.

E quella notte non vuole più arrivare:
s’inceppa sull’argento dell’alba,
fugge nascosta- orba della mia speranza;
E’ tiepida argilla, un cruccio violento,
ma scompare cerulea e ritorna mattina.

E tuttavia nella notte s’ostina ancora
l’indicibile sospetto, che tra gli specchi
dei miei sogni,  assorto si rivela:
La paura di sbirciare nei tuoi occhi
e veder riflessi quelli d’un altro.


martedì 20 agosto 2013

Il Silenzio dei Sogni

Gustave Dorè- L'Enigma (1871) Parigi, Museo d'Orsay


Senza la fretta di raccontare
mille- lineari voci, millenarie
passioni che tramandiamo
di padre in figlio;
senza questa stretta di patire
per poi saper ridere,
sarebbe poesia anche questa
fredda catena di giorni?

Ma quando anche i grappoli
dei silenzi araldi sembrano
senza parole, e le aride-
tristemente candide- fattezze
delle nuvole strisciano sopra le sterpi
come serpi vergognose,
vedi nell’ombra (è un istante)
la verde erba che risorge dagli stenti.

E mi sembra di stare in posa all’eterno,
mentre il mondo cade danzando;
Sono in un sogno e si sente
dal silenzio qui intorno- un pianto
riverbera assorto- sullo sterno sento il peso
 di ogni rosa che muore travolta da spine;
ogni punto che dice addio,
pone fine ad una frase. 


lunedì 22 aprile 2013

La Borsa delle Feste



Tintinellava il tuo bauletto
e ogni secondo potevo sentirti
come la goccia d'un rubinetto
che perde, ed ora- ad averti-
è il tempo che sgoccia, si perde.

Pioveva, quel giorno, alla festa:
si paga cara, la fretta, ma se
sia traccia del soffio che si leva
non v'è uno che lo sappia,
e dalle dita, capricciosa scorre la vita.

Certo, non abbiamo consistenza:
scheletri in una pineta e famelica
carne per amare quella nubecola
che sembra esser solo tosse, amore,
nella fenditura- ora grinza- delle ore.

Ma di Louis Vuitton più non importa:
nell'estorta e muta lingua della stanza,
parla solo il nostro gergo incognito-
solo questo, carme e sbadiglio:
trappola d'una morte ancora lontana.


venerdì 12 aprile 2013

Non capisco perché non resti con me

Lacrime e parole
che il mio cuore
non sa dire.


Non capisco perché non resti con me
sotto alla luna e al respiro ormai cupo:
ho nostalgia del terso, mio scuoiato verso,
qui c'è solo lo stesso vecchio ricordo
che esplode da dentro e ristagna:

trabocca e schiaccia il tuo querulo cuore
quest'immota ghiaccia che non muore mai,
la smaltata faccia della notte alta
dentro al segreto greto d'un dirupo e
parla al sentimento sgualcito e torvo;

ed è bacio di donna, sangue di stella,
non c'è luna, ma sabbia che stanca
e sento questi venti assenti anni
diventar tempesta, poi labbra
muover fiato, immenso- fiorito- canto.
venerdì 5 aprile 2013

Le pareti del cuore

"Disclosure" by Ken Wong


Nudo il selciato su cui cado disteso
dopo aver visto l'amore morire,
tanto odio delicato in albore
e una vita che sa di non dire
l'allegro, mio inquieto dolore.

E questo è il fiele che beve il cuore,
un immenso silenzio come immerso
in un buco nascosto, dove culla
il profumo umido e arso
di se stesso, chiuso in una cisterna.

Singhiozza già il veliero al vento,
quest'oltremare che porta il cuore
al ritmo di pareti ramate,
ma non di bel colore:

è ruggine che mormora eterna.

venerdì 1 marzo 2013

Finchè batte il cuore

Ken Wong, Three Wishes



Riscopro come in un sogno confuso
quale via percorrere sul selciato,
e non c'è lampione
nè qualcuno ad aspettare,
solo l'ombra di chi
se n'è andato e non ha aspettato.

E' un momento che vorrei abbracciare,
un rimorso non detto- tanto pesa- tanto
questa vita immersa che vuota trema;
e per chi la vuole è un vuoto
soffocato che si coagula ad essa
sotto alla voce del proprio fiore. 

Sofferente sentiero di cuore, falò
da libeccio senza fumo, fuggi appeso
ad un filo che s'allontana e calmo
come un ripostiglio impolverato
hai aspettato a lungo, troppo stanco
per illuminare quest'anima satura. 

Sono allora l'alone d'una pagina
che si leva fuor di libro o fonte
asciugata di un amante distrutto,
ma in questa strada che si corrùga
risuona il ritornello del mio cuore
che vive dell'amore senza metterlo in rima. 

venerdì 25 gennaio 2013

Quello che non t'aspetti, l'aspetti soltanto

By Ken Wong "Loki"
Giacchè nell'esser santo
si vieta il diritto
d'esser uno come un altro.


Malinconia scorre
e mormorando geme
a questo giusto albergo
di me, dove sanguinando
sviene.

E riposata voce giace
sul dolore e il senso,
perché a essa piace
non trovar lode,
ma pianto- e tace.

Come tramonto trema
sull'orlo-notte,
sente del giorno la cera
scesa tra contorni di sera-
e vibra di note del cuore,

sì non trova pace
nel flusso dei flutti
d'emozioni, la solitudine,
schietta; su di noi
resta come notte fresca.


Mattia Lo Presti
giovedì 24 gennaio 2013

Fiore d'occasione

Fiore d'occasione


Su questa carta c'è una vita
come un'altra, e sotto al pergolato
di una stanza tiepida c'è l'ombra
vizza d'un pezzo d'amore desolato.

Soltanto dolore - che pena- e splendore;
feroce passato deserto e raso
riaffiora nel buio argenteo di lacrima
come un sussurro d'una leggenda.

E tace ogni singhiozzo d'illusione:
sarò come nenia cantilenante;
agitate- labbra- nel bacio dell'amante
o verde radura d'intorno
perché è vero che sboccio
soltanto per esser colto


Mattia Lo Presti


lunedì 21 gennaio 2013

Una sensazione

By Ken Wong "The blood of Paradise"
Scorre sino al pianto
e
non si ferma fin che piango


Il tuo ricordo brilla come una festa
e ho cercato parole scure e vane
come ogni dolore per soffocare
gemiti e nebbie tra i tuoi respiri
rubati, dimentichi dell'anima
in malinconia su queste terre
arse dall'effigie.


Freme, cade e mi pare di sentire
per l'ilare gingillare della frenesia,
l'anima dal tuo crine che fluisce
di sguardi; e il tuo nome suona
guerra tra casolari
che non fan ombra,
ma bionda dolcezza.

Mattia Lo Presti
giovedì 10 gennaio 2013

Il flauto dalla finestra

Nadine Prada, "Strange Landscape"
Soffio sottile
calmo. Sussurro
di vita.


Suonavi alla finestra strumenti
sottili e come un'aria anguilla
portavi del mondo agli altri i resti.

Giocavi alla vita con note di stenti,
ma sotto il balcone- come una bolla-
quella voce che tu non senti, sa di posti
mai visti: è un assolo triste,
coperto di pianti ( più bassi, più alti)
e non chiede lamenti:

basta un soffio gentile, che vive,
dove agli altri di questa vita che piove
serve anche il respiro.


Lieve

"Shelter" by Ken WongCome sempre
non è sottile
non è stagione
per essere poesia,
questa giovinezza,
sangue.



Mi aggiro con molte domande
da rammendare- varicose
coccarde per vincitori: chissà
se sul podio è la vita che t'assale,
e scatta foto per album più forti
ed ansiosi della cenere sui vestiti,
amari come una traccia bruciata
dove agli altri restano inverni indistinti.

Sapessi di certe speranze nuove,
tanto legato alla fine non sarei
eppur se di tanto qualcuno c'è- che muore-
vorrei sapere del nostro sipario
che non resta in cima, ma stanco
scende mentre si leva nelle vene
un'evoluzione logica di ricordi.

Non saremo i primi, in basso
tra il linguaggio che allora è muto,
mentre scrivo s'inceppa il parlare:
e di te? L'essenza rimane?
Dovrebbe. Non a lunga stagione.

Ma qualcosa nel sangue risale;
in attesa della premiazione si scopre
quella vita da perdenti- sottile
e a corto d'argomenti su stelle
e poesia, ma in ascolto su di noi,
perchè chissà se avverrà
un grande scoppio iniziale.
E se viene, bene potrà dire
di questo lieve,
mio,
morire.



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